• 14 Ottobre 2026
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Riceviamo e condividiamo più che volentieri una lettera aperta del Presidente della FIGH, Stefano Podini, diramata a tutte le Società:

Cari Presidenti, Cari Amici della Pallamano,
nelle ultime settimane ho ricevuto numerose segnalazioni da parte di Società affiliate, riconducibili principalmente a due problematiche che, pur differenti nella loro natura, ritengo meritino una riflessione comune da parte dell’intero Movimento.
La prima riguarda il trasferimento, talvolta anche contemporaneo e numericamente significativo, di giovani atleti e atlete da una Società all’altra, preceduto, secondo quanto segnalato, da contatti diretti con i tesserati e le rispettive famiglie, senza un preventivo confronto tra le Società interessate.
La seconda riguarda episodi di comportamenti aggressivi e, in alcuni casi, di presunta violenza fisica verificatisi sugli spalti durante incontri di campionato, con il coinvolgimento di sostenitori e dirigenti.
Sono situazioni molto diverse, che richiedono naturalmente valutazioni e risposte differenti. Gli eventuali profili di irregolarità o responsabilità devono essere esaminati dagli organi competenti, nel pieno rispetto delle rispettive attribuzioni.
Tuttavia, ritengo che il compito della Federazione, e in particolare della sua Presidenza, non possa esaurirsi nel richiamo alle norme e alle eventuali conseguenze disciplinari. Abbiamo anche il dovere di interrogarci sul modello culturale e sportivo che intendiamo costruire.
In occasione dei recenti Giochi del Mediterraneo di Taranto avevo sottolineato, in una mia intervista, la necessità di un profondo cambio di mindset nella pallamano italiana.
Avevo evidenziato come la crescita tecnica, tattica e organizzativa, pur indispensabile, non sia sufficiente se non viene accompagnata da un’evoluzione della mentalità di tutto il Movimento.
Se vogliamo avvicinarci ai livelli delle migliori nazioni europee, dobbiamo imparare a pensare, lavorare e comportarci con una mentalità sempre più professionale.
E questo cambiamento non riguarda soltanto gli atleti o gli staff tecnici delle Nazionali. Deve partire anche da noi Presidenti, dai dirigenti delle Società, dagli allenatori e dalle famiglie.

1. Il rispetto tra Società e la valorizzazione dei settori giovanili
Una delle segnalazioni ricevute pone una domanda che considero assolutamente pertinente e che desidero, a mia volta, rivolgere all’intero Movimento:
Vogliamo costruire un sistema nel quale le Società crescano principalmente acquisendo giovani atleti già formati da altre realtà, oppure un modello che incentivi la formazione, valorizzi il lavoro dei vivai e consenta a tutto il Movimento di crescere?
Credo che la risposta debba essere chiara.
La libertà degli atleti e delle loro famiglie di scegliere il percorso sportivo più adatto alle proprie aspirazioni deve essere sempre rispettata. Così come è naturale che i giovani più promettenti possano cercare opportunità tecniche e agonistiche di livello superiore.
Ma ritengo che il trasferimento contemporaneo di numerosi giovani atleti da una stessa Società verso un’altra, soprattutto quando avviene senza alcun dialogo preventivo tra i rispettivi dirigenti, non rappresenti il modello di crescita che dovremmo incoraggiare.
Una Società investe anni di lavoro, risorse economiche, competenze tecniche e passione per costruire un settore giovanile. Forma atleti, ma soprattutto costruisce gruppi, squadre e opportunità sportive sul proprio territorio.
Sottrarre contemporaneamente più elementi a una formazione giovanile può significare comprometterne la partecipazione a un campionato, vanificando il lavoro di anni e penalizzando soprattutto i ragazzi e le ragazze che rimangono.
È vero che il nostro ordinamento prevede strumenti economici di riconoscimento del lavoro di formazione svolto dalle Società. Ma il premio di formazione non può essere considerato la soluzione a ogni problema, né può sostituire il rispetto, la correttezza e la lealtà nei rapporti tra dirigenti.
Non tutto ciò che è formalmente consentito rappresenta necessariamente il comportamento più opportuno sotto il profilo etico e sportivo.
Dobbiamo certamente favorire la crescita dei talenti, ma contemporaneamente dobbiamo impegnarci ad ampliare la base dei praticanti, investendo maggiormente nelle scuole, nel Minihandball, nei vivai e nella formazione dei tecnici.
Non possiamo pensare di far crescere la pallamano italiana semplicemente spostando gli stessi giovani atleti da una Società all’altra.
Se una squadra si rafforza, ma un’altra è costretta a rinunciare alla propria attività giovanile, dobbiamo chiederci se il Movimento nel suo complesso sia realmente cresciuto.
Esistono, peraltro, modelli alternativi che meritano di essere sviluppati.
Penso, ad esempio, ad accordi strutturati tra Società, nei quali alcune realtà possano operare come centri di formazione o Società satellite di club maggiormente organizzati, attraverso collaborazioni trasparenti, regole chiare e condizioni definite preventivamente.
In questo modo si potrebbero valorizzare le competenze e il lavoro dei vivai, garantire ai giovani migliori opportunità di crescita e, al tempo stesso, salvaguardare la continuità delle attività sportive sul territorio.
La vera sfida non è avere una squadra giovanile più forte a discapito delle altre, ma costruire un sistema capace di formare un numero sempre maggiore di atleti di qualità.

2. La responsabilità educativa dei dirigenti e delle famiglie.
La seconda problematica riguarda comportamenti che considero ancora più preoccupanti, perché investono direttamente la sicurezza delle persone e i valori fondamentali dello sport.
Mi riferisco agli episodi di aggressività, intimidazione e presunta violenza verificatisi sugli spalti durante alcune manifestazioni sportive.
Al di là delle responsabilità individuali, che dovranno essere eventualmente accertate nelle sedi competenti, ritengo necessario rivolgere a tutti noi una domanda molto semplice:
Quale esempio stiamo dando ai nostri figli e ai giovani che frequentano le nostre palestre e i nostri palazzetti?
Che cosa può pensare un bambino che assiste a un incontro di pallamano e vede adulti, genitori o dirigenti insultarsi, minacciarsi o arrivare addirittura al contatto fisico?
Quale messaggio educativo trasmettiamo a un giovane atleta al quale chiediamo quotidianamente disciplina, rispetto dell’avversario, accettazione delle decisioni arbitrali e capacità di gestire una sconfitta?
Non possiamo pretendere dai nostri ragazzi comportamenti corretti se noi adulti siamo i primi a non rispettarli.
Nella mia intervista di Taranto avevo sottolineato quanto l’ambiente familiare e sociale sia determinante nella crescita di un atleta. Un genitore può rappresentare il più grande alleato del percorso sportivo del proprio figlio, ma deve anche comprendere l’importanza del rispetto dei ruoli, delle regole e delle persone.
Lo stesso vale, a maggior ragione, per i dirigenti sportivi.
Un Presidente o un dirigente di Società non è soltanto un organizzatore dell’attività sportiva. È anche un educatore, un punto di riferimento e un esempio per i propri atleti, per le famiglie e per i sostenitori.
Abbiamo il dovere di promuovere, attraverso i nostri comportamenti e quelli delle persone che rappresentano le nostre Società, una cultura del rispetto e della responsabilità.
Il tifo appassionato è parte integrante dello sport. La rivalità agonistica è naturale e positiva. Ma non possono mai diventare una giustificazione per atteggiamenti incivili, intimidazioni o violenze.
Non dobbiamo prendere a modello gli episodi peggiori che purtroppo si verificano anche in discipline sportive più popolari della nostra.
Al contrario, dobbiamo avere l’ambizione di distinguerci, elevando il livello culturale del nostro ambiente sportivo e facendo della pallamano un esempio di civiltà, correttezza e rispetto reciproco.
Le nostre tribune devono essere luoghi nei quali le famiglie possano accompagnare serenamente i propri figli, condividere la passione sportiva e vivere una sana giornata di competizione.
È una responsabilità che appartiene a tutti noi e che non può essere delegata esclusivamente agli arbitri, agli organi disciplinari o alle autorità competenti.

3. Il cambio di mentalità deve diventare un impegno di tutti
Questi episodi mi convincono ancora di più della necessità di proseguire con determinazione nel percorso di cambiamento culturale che questa Governance ha avviato.
Stiamo investendo nella crescita tecnica delle Nazionali, nella formazione, nell’innovazione tecnologica e nello sviluppo dei giovani talenti.
Ma, come ho già avuto modo di affermare, rischiamo di introdurre strumenti e metodologie professionali continuando a ragionare con una mentalità che non è ancora adeguata alle nostre ambizioni.
Il cambiamento deve quindi coinvolgere anche la cultura dirigenziale e i rapporti tra le Società. Ritengo che il rispetto del Codice Etico, introdotto e pubblicato da questa governance il 26 giugno 2025, debba diventare un elemento centrale della nostra attività quotidiana, non soltanto un insieme di principi richiamati nei documenti federali.
Il codice etico si deve tradurre in comportamenti concreti: correttezza nei rapporti tra Società, rispetto dei giovani atleti e delle loro famiglie, tutela del lavoro dei settori giovanili, responsabilità educativa dei dirigenti e tolleranza zero verso ogni forma di violenza.
Per questo ritengo opportuno avviare, con il coinvolgimento del Consiglio Federale, delle Leghe e delle Società, un confronto su come rafforzare questi principi e individuare strumenti concreti di collaborazione, sensibilizzazione e prevenzione.
Non intendo certamente limitare la legittima competizione tra Società, né interferire con le competenze degli organi di giustizia sportiva.
Desidero, invece, che tutti comprendiamo come la crescita del nostro Movimento non possa essere misurata esclusivamente dal numero delle vittorie o dai risultati delle nostre Nazionali.
Una Federazione cresce davvero quando crescono insieme le sue Società, i suoi dirigenti, i suoi allenatori, i suoi atleti e la cultura sportiva che li accompagna.
Nella mia intervista ai Giochi del Mediterraneo avevo concluso ricordando che la sfida più importante non è soltanto vincere una partita in più, ma costruire una nuova cultura della pallamano italiana.
Oggi desidero ribadire quel concetto con ancora maggiore convinzione.
Abbiamo davanti a noi opportunità importanti e risultati sportivi che ci incoraggiano a essere ambiziosi. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che nessuno può affrontare questo percorso da solo.
Non possiamo chiedere ai nostri atleti di diventare migliori se non siamo disposti, noi per primi, a diventare dirigenti migliori.
Vi invito pertanto a considerare queste riflessioni non come un richiamo rivolto a qualcuno in particolare, ma come un’assunzione collettiva di responsabilità.
La Federazione è pronta a fare la propria parte, con spirito di ascolto, confronto e collaborazione. Mi aspetto che lo stesso impegno venga condiviso da tutte le nostre Società.
Perché il futuro della pallamano italiana non dipenderà soltanto da quanto saremo capaci di vincere, ma anche dai valori e dall’esempio che saremo capaci di trasmettere alle nuove generazioni.
Con i miei più cordiali saluti.

Stefano Podini
Presidente Federazione Italiana Giuoco Handball

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